Scrittrice, ex giornalista e voce del fantasy psicologico italiano, Sonia Strangio racconta la sua visione e il primo capitolo della saga La Stirpe dei Guerrieri della Luce.
Ci sono autrici che scrivono storie. E poi ci sono autrici che costruiscono mondi. Sonia Strangio appartiene senza dubbio alla seconda categoria. Epic fantasy adulto, con una cifra psicologica marcata e una visione lucida del potere. Nei suoi romanzi non esistono scelte pulite. Esistono conseguenze.
Ex giornalista televisiva, una formazione in criminologia, il teatro come palestra emotiva. Il suo percorso attraversa linguaggi diversi, ma converge in una scrittura densa, stratificata, mai consolatoria. Intrighi di corte, dinamiche di dominio, ferite che diventano identità. Personaggi costretti a scegliere quando ogni opzione ha un prezzo. È l’autrice della saga La Stirpe dei Guerrieri della Luce, ambientata su Chromos. Un mondo duro e suggestivo, governato da stirpi antiche, alleanze instabili e verità occultate. Qui la violenza non è estetica, ma conseguenza. L’amore non salva, mette alla prova. La lealtà costa cara.

In questa saga il vero eroe non è chi vince, ma chi resta in piedi senza mentire a sé stesso. Sonia Strangio firma una saga fantasy adulta e psicologica che mette al centro potere, identità, eredità e libero arbitrio. Dopo Buon sangue, il suo debutto narrativo, torna con L’Erede senza Volto, il primo romanzo della saga La Stirpe dei Guerrieri della Luce. Un libro che scava nella coscienza prima ancora che nei regni. Il suo motto è chiaro. Nunquam Retro. E non è solo narrativa.
Un fantasy che guarda dentro
Il tuo epic fantasy è profondamente psicologico. Quando hai capito che il conflitto interiore sarebbe stato il vero cuore delle tue storie?
Quando inizio a scrivere parto da un’idea. Poi quell’idea diventa un universo parallelo. E i personaggi mi guidano. La saga doveva essere puro intrattenimento. Poi loro hanno rifiutato di essere figure senza nerbo. Volevano essere veri. Come me. Ho creato Chromos perché amo il Medioevo, ma soprattutto per dare loro più libertà di quanta ne concediamo a noi stessi. Hanno rifiutato gli dèi, i prescelti, le scorciatoie della magia.
Hanno scelto di contare solo sulla propria forza. E sulla propria debolezza. Di scegliere. E scegliersi.
Giornalismo, criminologia, teatro. Quanto conta l’osservazione dell’essere umano nella costruzione dei tuoi personaggi?
È la base. I miei personaggi decidono. Poi cambiano idea. Promettono di essere forti e non lo sono. Oppure credono di cedere e diventano rocce. La gente vera è molto più interessante di un eroe. E molto più eroica.
Una recensione lo dice bene: quando il lettore crede di avere capito tutto, il gioco si ribalta.
È così anche nella vita.
E mentre scrivo.

L’Erede senza Volto racconta l’inizio di una partita più grande. Quanto è importante, per te, mostrare il peso delle origini e dell’eredità?
È uno dei cardini della mia letteratura. L’eredità è una sovrastruttura quasi impossibile da scrollarsi di dosso.
Ma la volontà nasce da una fiamma interiore. Ed è lì che vive la vera identità. Nel romanzo, 19 e 7 non hanno nome, radici, memoria. E proprio per questo il mondo chiede loro di soccombere. Ma le possibilità sono infinite. Se uno decide di ricostruirsi, diventa suo padre e sua madre. Si dà un nome. E in quella Luce — non bene, non male — c’è il fuoco dell’esistenza.
Chromos, tra architettura e anima
Chromos è un mondo spietato e credibile. Come nasce l’equilibrio tra worldbuilding e introspezione?
Io parto sempre dicendo: “Stavolta qualcosa di semplice”. E finisce con una struttura colossale. Archi narrativi che si intrecciano. Regole precise. L’introspezione è parte della complessità. Respira con il mondo.
Non potrebbero esistere separatamente.
Nei tuoi romanzi non esistono eroi puri. È una scelta etica prima ancora che narrativa?
È una scelta di verosimiglianza. Il mondo non è fatto di eroi puri. Né il mio né quello reale. Chromos è uno specchio. I protagonisti siamo noi. Quando crediamo in noi stessi. E quando no.
Amore e lealtà non salvano: mettono alla prova. È la tua risposta al fantasy più tradizionale?
Anche. Ma soprattutto è la verità. Amore e lealtà sono prove quotidiane. Ti schiacciano. Poi ti rendono orgoglioso di te
Potere, controllo e specchi del presente
Nei tuoi libri il potere non è mai neutro. Ti interessa più raccontarlo o smascherarlo?
Smascherarlo. Il potere decide chi conta e chi no. Anche nel nostro mondo. La Stirpe dei Guerrieri della Luce parla di te. Quando ti chiedono di ridurti. Quando ti impongono una vita già scelta. E tu non ti pieghi. Nemmeno a ringraziare.

Scrivi di ferite che diventano identità. È un tema narrativo o una chiave di lettura del presente?
Entrambi. Conta cosa scegli di fare del dolore. La spiritualità non è caricarsi tutto addosso. È riconoscere che la responsabilità convive con altre variabili. La vera essenza emerge dalla volontà.
Nunquam Retro è il motto della saga. È anche una dichiarazione personale come autrice?
Come essere umano. Ho seppellito sogni. Ho sbattuto contro muri. Poi sono arrivati Althos e Shara-Lan.
E mi hanno mostrato la loro forza. Era la mia. Non indietreggio. Ed è già una vittoria.
Questo è solo il primo volume. Che tipo di viaggio attende il lettore nei prossimi capitoli della saga?
Un viaggio verso la libertà. Verso il senso dell’esistenza. Verso cosa significa davvero Nunquam Retro.


